Rocce metamorfiche: qualche annotazione

Le rocce metamorfiche sono rocce che derivano dalla trasformazione profonda di rocce preesistenti (siano esse magmatiche, sedimentarie o altre rocce metamorfiche) in risposta a importanti variazioni di temperatura e pressione. 

Questo processo geologico, noto come metamorfismo, avviene interamente allo stato solido, senza che la roccia arrivi a fondersi (condizione che darebbe invece origine a un magma).

Il geologo scozzese James Hutton (1726-1797), universalmente riconosciuto come il padre della geologia moderna, fu il primo a comprendere il meccanismo alla base del metamorfismo. 

Alla fine del XVIII secolo, egli notò che alcune rocce sedimentarie preesistenti a contatto con il magma subivano un cambiamento drastico di colore e di struttura a causa del forte calore.

Formulò l'idea che il calore interno della Terra e la pressione potessero alterare profondamente le rocce senza fonderle completamente. 

All'epoca di Hutton, tuttavia, il termine "metamorfico" (dal greco metamorphosis, cambiamento di forma) non esisteva: fu introdotto ufficialmente dal geologo britannico Charles Lyell (1797-1875) nel 1833.

All'interno del suo celebre trattato Principles of Geology (Principi di Geologia), Lyell propose una classificazione formale in quattro parti delle rocce della crosta terrestre (acquose, vulcaniche, metamorfiche e plutoniche: vedi figura sotto), dedicando un'intera sezione alle rocce alterate dal calore e dalla pressione, che definì appunto metamorphic rocks. 

Il cambiamento mineralogico e strutturale di una roccia metamorfica è guidato principalmente da tre fattori:

• Temperatura: in genere a partire dai 150-200°C fino a quasi 900°C, genera le condizioni in cui si rompono i legami chimici nei minerali preesistenti, permettendo agli atomi di ricombinarsi in nuove strutture cristalline.

• Pressione: può essere litostatica (uniforme in tutte le direzioni, dovuta al peso delle rocce sovrastanti) o orientata (forze direzionali causate da movimenti tettonici).

• Fluidi chimicamente attivi: acqua e anidride carbonica, intrappolate nel sottosuolo, agiscono da catalizzatori, accelerando le reazioni chimiche e la migrazione degli ioni.

In particolare, le rocce scistose subiscono una forte pressione orientata che allinea i minerali lungo piani paralleli, conferendo l'aspetto di sottili foglietti o bande alternate chiari/scuri.

• Ardesia. Deriva dal metamorfismo di basso grado di rocce argillose; si sfalda facilmente in lastre sottili ed è usata per tetti o lavagne.

• Scisto. Presenta una foliazione evidente e minerali visibili a occhio nudo (come le miche) che riflettono la luce.

• Gneiss. Deriva da metamorfismo di alto grado (spesso a partire dal granito); mostra bande alternate chiare (quarzo e feldspati) e scure (biotite).

Il basamento metamorfico antico della Valle Imperina (situata nel territorio del comune di Rivamonte Agordino, in provincia di Belluno) non è propriamente caratterizzato da veri e propri "gneiss" nel corpo minerario principale, bensì da filladi quarzifere e altre che presentano tessiture a bande simili a gneiss.

Queste rocce metamorfiche antichissime risalgono a più di 400 milioni di anni fa (Paleozoico) e sono state portate a contatto diretto con le ben più recenti dolomie e rocce sedimentarie mesozoiche a causa della Linea della Valsugana. 

Questa importante faglia inversa regionale ha causato un sollevamento degli strati rocciosi di circa 1000 metri, dando luogo alla frattura e le condizioni idrotermali ideali in cui si è concentrato il celebre giacimento di pirite cuprifera sfruttato dal Centro Minerario di Valle Imperina.

Nelle gallerie storiche visitabili del sito, come la Galleria Santa Barbara, è possibile osservare chiaramente questo passaggio geologico, con la presenza diffusa proprio delle filladi quarzifere.

I dettagli della storia geologica dell'antico sito minerario sono accennati sia in internet sia in varie pubblicazioni cartacee e rimando il lettore alla consultazione di queste fonti, alcune delle quali sono riportate in calce.

Pubblico la foto da me scattata alla visione di insieme delle rocce presenti nella valle, esposta accanto a una serie di pannelli che racconta anche la storia dell'attività estrattiva nel corso dei secoli.

Letture per approfondire

  • A. Bosellini, Le scienze della Terra, Italo Bovolenta Editore, 2^ ed. 
  • D. Giordano, Val Imperina: i minerali e le rocce, Associazione Amici dei Minerari APS
  • E. Lupia Palmieri, M. Parotto, Il globo terrestre e la sua evoluzione, Zanichelli, 3^ ed.
  • D. Preloran, Breve storia della miniera di rame di Valle Imperina, Memorie Mineralogiche Agordine n. 3, febbraio 2025
  • R. Verganti, Le miniere di Agordo. Storie di Valle Imperina, Nuovi Sentieri Editore, 2016
A proposito delle miniere di Agordo, scrisse un accenno anche Amelia Edwards in "Cime inviolate e valli sconosciute" (Nuovi Sentieri Editore):


In realtà la miniera di Gosaldo non è d'argento (silver, in inglese), ma di mercurio (quicksilver, traduzione inglese del lemma classico hydrargirium = argento vivo, da cui il simbolo del mercurio: Hg), come ben evidenziò Stoppani principiando "Il Belpaese":

Commenti

Post popolari in questo blog

Auguri di liete festività

Ricordi della Città Eterna - 2

Magnetismo: qualche annotazione