Dolomite: qualche annotazione
Una visita al Museo Nazionale di Praga per lasciarsi travolgere dall'incanto della Sala dei minerali val bene un viaggio nell'antica e magica Città d'Oro, cuore dell'Europa orientale.
Osservate sopra i colori dei campioni di quarzo, di agata, di calcedonio; sotto, ammirate la delicatezza delle rodocrositi - costituite da un carbonato di manganese, MnCO3, dal bel colore rosa.
La fila più in basso presenta una serie di campioni di dolomite, un carbonato doppio di calcio e magnesio, CaMg(CO3)2, che continua nella bacheca accanto.
La dolomite fu scoperta da Giovanni Arduino (1714-1795), il quale nel 1779 descrisse una "particolare pietra calcarea" estratta dalle montagne del veronese e del vicentino. Notò che non reagiva con l'acido cloridrico diluito nello stesso modo del comune "calcare calcitico". Il calcare, a contatto con l'acido, libera anidride carbonica con vivace effervescenza: la dolomite no.
Condusse analisi chimiche e termiche sulla roccia, riconoscendone la natura specifica e documentando persino gli effetti del metamorfismo locale indotto da filoni basaltici - come nella Val Posina.
Arduino non battezzò formalmente la roccia come un nuovo minerale a sé stante: essa prese il nome da Deodat De Dolomieu (1750-1801), che nel 1791 ne descrisse un campione raccolto nella val d'Isarco, nel Tirolo meridionale, e testato in loco con l'acido cloridrico diluito che il geologo francese portava sempre seco, insieme a un cannello ferruminatorio, a una piccola bilancia idrostatica e al martelletto.
Nel 1792, il chimico ginevrino Nicolas-Théodore de Saussure (1767-1845) analizzò il campione di Dolomieu e pubblicando i risultati della sua ricerca omaggiò l'amico chiamando la roccia "dolomia" e il minerale da cui è formata "dolomite".
Nel 1803, Martin Heinrich Klaproth (1743-1817) a Berlino dimostrò chiaramente che la dolomia è costituita da un carbonato di calcio e magnesio.
Il naturalista bassanese Giovanni Battista Brocchi (1772-1826) condusse studi pionieristici sulla litologia e sulla stratigrafia delle Alpi meridionali e delle valli venete e trentine, gettando le basi per le prime descrizioni paleontologiche e strutturali dei terreni che formano l'ossatura della regione. Nel 1811 pubblicò una "Memoria mineralogica sulla Valle di Fassa in Tirolo", il primo catalogo completo dei minerali della regione dolomitica noti al tempo (in seguito ne sono stati scoperti altri due: la gehlenite, nel 1814, e la fiemmeite, pochi anni fa).
Al nome del conte vicentino Giuseppe Marzari Pencati (1779–1836) è legata una delle scoperte più rivoluzionarie nella storia della geologia, avvenuta attorno al 1819, durante un'ispezione nella Cava dei Canzoccoli a Predazzo.
Pencati scoprì che una roccia magmatica simile al granito - chiamata oggi monzonite - si trovava sovrapposta a rocce sedimentarie calcaree preesistenti. Notò inoltre che il calcare a contatto con il granito mostrava evidenti tracce di "cottura" e alterazione.
Questa osservazione rappresentava una vera e propria impossibilità scientifica stando alle teorie diffuse al tempo e in particolare al Nettunismo, secondo la quale tutte le rocce si erano depositate da un antico oceano primordiale e i graniti erano i materiali più antichi in assoluto: era impossibile che si trovassero al di sopra dei calcari, in quanto la successione temporale accettata collocava prima i graniti, quindi i calcari, poi le rocce fossilifere, quindi le arenarie e infine i depositi alluvionali e superficiali più recenti.
Grazie alla scoperta del nobile vicentino, il mondo scientifico di inizio Ottocento cominciò a riflettere sulle evidenze derivanti dalle osservazioni in loco e intanto il piccolo paese di Predazzo divenne una meta di pellegrinaggio per i più importanti cultori delle scienze della Terra del XIX secolo.
Nel 1822, Leopold von Buch (1774-1853) visitò la Val di Fiemme insieme all'amico e naturalista Alexander von Humboldt (1769-1859). Nel medesimo anno pubblicò a Parigi l'opera "Esquisse d'une Carte Geologique de la partie orientale du Trentino", considerata la prima carta geologica della zona.
Inizialmente legato alle teorie nettuniste, von Buch contribuì con le sue ricerche a far progredire il dibattito scientifico sull'origine delle montagne e sui rapporti tra rocce magmatiche e rocce sedimentarie. Il suo lavoro e il coinvolgimento di Humboldt diedero enorme risonanza letteraria, artistica e scientifica ai Monti Pallidi in tutta Europa.
Una carta geologica estremamente precisa dei settori settentrionali delle Dolomiti fu prodotta nel 1844 da Wilhelm Fuchs (1802-1853), geologo, ingegnere minerario e direttore delle miniere di Agordo. Le sue misurazioni altimetriche e i dettagliati rilievi sul campo vennero poi integrati nei successivi atlanti cartografici della Monarchia Austro-Ungarica.
Nel 1860, a soli 26 anni, il barone tedesco Ferdinand von Richtofen (1833-1905) esplorò la zona di San Cassiano e studiò lo Sciliar e il Settsass. Influenzato dalle teorie di Charles Darwin (1809-1882) sulla formazione degli atolli corallini tropicali, Richthofen capì che le imponenti pareti verticali dolomitiche erano in realtà i resti pietrificati di antiche barriere coralline e di isole biocostruite del Triassico, circondate da sedimenti di un bacino marino profondo. Questa scoperta ("Richthofen-Riff") rivoluzionò la comprensione della geomorfologia alpina. A lui è intitolato un noto strato geologico alpino, descritto nei primi trattati scientifici sulla geologia della regione.
Tra il 1860 e il 1862, il barone von Richtofen fece parte di una missione diplomatica
prussiana in Cina, Giappone e Siam. Viaggiò a lungo da solo, attraversando l'Estremo Oriente per studiare i giacimenti di carbone. A lui dobbiamo l'espressione geografica "Via della Seta"
(Seidenstraße).
Negli stessi anni, i primi viaggiatori inglesi cominciavano ad avventurarsi tra le montagne a nord di Venezia, raccogliendo e condividendo le impressioni delle loro esplorazioni in libri illustrati da preziose incisioni.
Nel 1864 uscì a Londra "The Dolomite Mountains", opera del pittore Josiah Gilbert (1814-1892) e del naturalista George Cheetham Churchill (1822-1906): volendo colmare un vuoto nella letteratura alpina di metà Ottocento, i due amici crearono per i Monti Pallidi il brand Dolomiti, chiamando l'intera regione montuosa con il nome di un minerale che ne compone solo qualche strato roccioso. La cosa fece storcere il naso al paleontologo Rudolph Hoernes (1850-1912), che si oppose strenuamente a tale denominazione.
Successivamente, le Dolomiti divennero meta ambita di alpinisti e di sportivi; quindi teatro di aspri combattimenti durante la Grande Guerra; poi sedi di importanti competizioni internazionali; infine, dal 26 giugno 2009, Patrimonio dell'UNESCO, per la loro straordinaria bellezza paesaggistica e per l'importanza scientifica a livello geologico e geomorfologico.
FONTI
- M. Alfieri, Dolomiti: la prima scoperta, Cleup, 2020
- N. Bazzanella, I fossili del Trentino, al link:
- A. Bosellini, Storia geologica delle Dolomiti, Edizioni Dolomiti, 1989
- L. Caneve, Geologia della Provincia di Belluno, IBRSC, 1993
- F. De Battaglia, L. Marisaldi, Enciclopedia delle Dolomiti, Zanichelli, 2000
- A. De Fanti, Osservazioni morfologiche sul sottogruppo della Moiazza (Gruppo del Civetta), Istituto Culturale di Zoldo, 1996
- J. Gilbert, G. C. Churchill, Le montagne dolomitiche, Nuovi Sentieri Editore
- G. Mezzetti, Geografia 3, La Nuova Italia, 1990
- M. Pregliasco, Vulcani nelle Dolomiti, al link:
- P. Veronese, La scoperta delle Dolomiti, Repubblica, 16 febbraio 2014, al link:
- P. Zanzi (a cura di), Deodat de Dolomieu. Curiosando tra i taccuini di viaggio e nella vita avventurosa del padre delle Dolomiti, Fondazione Giovanni Angelini, 2021
- D.H. Zenger, F. G. Bourrouilh‐Le Jan, A.V. Carozzi, Dolomieu and the First Description of Dolomite, April 2009, in book: Dolomites: A Volume in Honour of Dolomieu, pp. 21-28, DOI:10.1002/9781444304077.ch2








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